Come si misura un leader?

Le proiezioni di Duetredue seguono un modello basato sullo storico delle elezioni, senza tenere conto delle dinamiche locali, diverse in ogni collegio per molti fattori: radicamento, tradizione, situazione economica e sociale. È possibile misurare in qualche modo il valore e l’impegno del candidato, gli effetti della sua campagna elettorale sul territorio?

Anche in questo caso bisogna affidarsi ai numeri, osservando lo storico dei risultati nei collegi. Possiamo misurare l’impatto del singolo candidato come lo scostamento della variazione nel collegio dalla variazione nazionale rispetto alla precedente tornata elettorale. Per esempio, se il candidato A nel collegio X ha una variazione di +2 punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti, mentre il suo partito ha perso un punto a livello nazionale, la prestazione di A risulta migliore di 3 punti percentuali sull’andamento del partito.

Come si accennava all’inizio, però, le numerose variabili in gioco nei singoli collegi possono influenzare non poco il voto, nonostante le diverse qualità dei candidati, per cui il loro merito (o demerito) può essere più o meno incisivo sul risultato delle urne. Pertanto, riferire la dinamica sopra indicata a tutti i candidati in tutti i collegi risulta impossibile. Tuttavia, si possono analizzare le prestazioni dei leader, decisamente i candidati più in vista che possono fare la differenza.

I leader sono, infatti, i protagonisti delle elezioni con più visibilità e notorietà, abbondanza di risorse economiche e salde reti locali di sostegno e supporto, sono capaci di motivare i militanti e, dunque, incidere sul risultato in meglio - o in peggio - con riguardo non solo all’esito vittoria-sconfitta, ma anche al tasso di astensionismo. Un leader più o meno forte può agilmente vincere facendo votare la propria base contando sull’astensione delle parti opposte.

In Italia, l’abituale mutamento della legge elettorale, del numero e della composizione delle formazioni politiche rende arduo reperire uno storico significativo come può essere, al contrario, quello del Regno Unito, dove non solo il sistema elettorale è basato unicamente su collegi uninominali, ma anche il numero di partiti e la loro solida tradizione rende la situazione sicuramente diversa rispetto a quella del Bel Paese.

Nonostante questo, tre elezioni (quelle del 1994, del 1996 e del 2001) si sono sviluppate con lo schema delineato dalla Legge Mattarella, un sistema misto per cui i tre quarti dei seggi parlamentari venivano assegnati con il cosiddetto first-past-the-post, maggioritario a turno unico, analogo a quello che verrà utilizzato nel 2018 per assegnare parte degli scranni - questa volta un terzo (37%). Non giova, ora, soffermarsi sui tecnicismi del meccanismo elettorale: ai fini della nostra analisi è sufficiente sapere che, nel maggioritario secco, gli elettori scelgono direttamente una persona come rappresentante. Non bisogna dimenticare che, negli anni in cui era in vigore il cosiddetto Mattarellum, si è compiuto un mutamento notevole degli schemi e del modo di fare politica. 

Nonostante alcune difficoltà metodologiche, è possibile elaborare qualche considerazione, concentrandosi sui due maggiori partiti in termini di voti dei due schieramenti contrapposti di Centrodestra e Centrosinistra.  In rapporto alle elezioni del 1994, il 1996 conosce la crescita della coalizione del Centrosinistra, che porta in Parlamento la maggioranza dell’Ulivo e Romano Prodi alla guida del Governo. Proprio la figura di Prodi è significativa per l’analisi dell’effetto dei leader. Infatti, nel suo collegio di Bologna-Mazzini, la coalizione progressista è cresciuta di 13,8 punti percentuali, che se confrontati con la crescita di 0,7 a livello nazionale, attribuiscono al leader dell’Ulivo il merito di una crescita più marcata (13,1 punti) sul territorio, storicamente già rosso.

Nello stesso anno, si registra un +2,5% di Rifondazione Comunista, il cui leader Fausto Bertinotti è stato però eletto nel listino proporzionale, senza dunque confrontarsi direttamente con l’elettorato.

Sempre nel 1996, il Centrodestra era raggruppato nel Polo delle Libertà. La guida della coalizione affidata al Presidente del Consiglio uscente, Silvio Berlusconi, che nel 1994 era candidato a Roma, mentre due anni dopo è il nome dei conservatori nell’uninominale di Milano 1. Nonostante Forza Italia abbia perso sul nazionale 0,4 punti percentuali, nel collegio dell’allora Cavaliere ne ha guadagnati 2,8, per cui l’effetto-Silvio è di +3,2 punti.

Effetto non proprio positivo è invece quello di un’altra figura di spicco del Polo delle Libertà: Gianfranco Fini, segretario di Alleanza Nazionale, nel suo collegio di Roma-Della Vittoria, cresce sì di 0,9 punti, ma a fronte di un +2,2 del partito nell’intero Stivale, registrando quindi -1,3 come effetto del leader. Cinque anni dopo, nel 2001, lo stesso Fini ottiene, sempre nella capitale, -0,9 punti nel collegio; tuttavia, AN ha perso sul nazionale 3,6 punti. La sua presenza sul territorio, quindi, è consolidata (+2,7 rispetto all’esito generale). Berlusconi, invece, cresce di 2,2 punti a Milano 1, registrando un trend di -6,7 rispetto alla variazione nazionale di Forza Italia (+8,9) che gli permette di ritornare al Governo.

Nell’ultima elezione prima dell’introduzione della Legge Calderoli (il famigerato Porcellum), il leader della Margherita e dell'Ulivo Francesco Rutelli contribuisce ad aumentare di 1,3 punti il risultato della coalizione nel collegio di Roma-Prenestino-Labicano.

Rimanendo nella coalizione progressista, il segretario dei DS Veltroni viene eletto nel proporzionale, rinunciando al mandato pochi giorni dopo per l’elezione a sindaco di Roma. La caduta di 4,5 punti dei Democratici di Sinistra viene leggermente attutita dal Leader Maximo (D’Alema) nel suo storico collegio salentino di Casarano: +0,2 rispetto al nazionale.

In sette anni lo scenario italiano è mutato più volte in maniera significativa. In Italia manca il rapporto eletto-territorio che invece caratterizza esperienze diverse come quella del Regno Unito, per quanto riguarda la Camera dei Comuni. Forte di un marcato bipolarismo che perdura da secoli, dal ‘900 tra Laburisti e Conservatori, il sistema elettorale è interamente basato sui collegi uninominali - 650, detti constituencies.

I parlamentari (MPs) sono eletti sempre nello stesso collegio, il che garantisce un rapporto diretto con i propri elettori, giacché l’eletto rappresenta proprio il territorio di appartenenza, mentre la Costituzione italiana specifica che ogni parlamentare rappresenta la Nazione intera. Addirittura il loro indirizzo è scritto sulla scheda elettorale!

Il sistema con cui avvengono le elezioni britanniche ci permette di raccogliere uno storico di dati di gran lunga più completo rispetto a quello italiano. Abbiamo raccolto e analizzato i risultati delle elezioni generali dal (lontano) 1983 alle ultime del giugno 2017, tenendo conto dei tre maggiori partiti presenti su tutto il territorio del Regno Unito, ossia Conservatori, Laburisti e Liberal Democratici (noti come Lib Dems).

Una nota metodologica: non bisogna dimenticare che alla Camera dei Comuni siedono anche membri del Partito Nazionale Scozzese (SNP, di centrosinistra), che prevedibilmente domina quasi tutta la Scozia, e che in altre zone del Regno è marcata la presenza della sinistra repubblicana irlandese di Sinn Féin. 

Con riguardo ai casi più emblematici, possiamo notare che dopo la prima esperienza di governo della conservatrice Margaret Thatcher - prima donna a capo di un Governo europeo, ricordata per la decisa leadership - il suo partito ha perso 1,5 punti nel Regno, ma 1,4 nel suo collegio, di tradizione blu. La presenza positiva di Thatcher nell’uninominale di Finchley è visibile nelle elezioni successive (1987): unitamente al lieve calo dei Lib Dems rispetto a quattro anni prima e alla modesta crescita del Labour, è vero che i Conservatori perdono ulteriormente 0,2 punti, ma la premier fa aumentare di quasi 3 punti il partito nel suo collegio.

Effetto che è proprio anche del suo successore, John Major, il quale a Huntingdon fa crescere i Tories di 2,6 punti rispetto al lieve calo nazionale nel 1993, e ancor di più nel 1997 attutisce il crollo (pari a quasi 12 punti percentuali) di ben 3 punti.

Col tracollo dei Conservatori del 1997 convive l’ascesa del New Labour di Tony Blair, che nel proprio collegio cresce di quasi 11 punti, a fronte degli 8,8 nazionali. Risultato che sconta nel 2001: nonostante i Labour perdano circa 2 punti, Blair affonda di 6,3, mantenendo tuttavia il seggio e la premiership. I leader britannici sembrano dunque molto più influenti che in Italia. Ciò si nota ancora meglio nelle più recenti tornate elettorali.

Nel 2001, il conservatore William Hague ottiene 9,1 punti in più rispetto al risultato globale; risultato analogo per lo stesso partito, guidato stavolta da Michael Howard, nel 2005.

È interessante analizzare lo scontro del 2010: il premier uscente Gordon Brown (che aveva sostituito Blair) salva i Laburisti a Kirkcaldy & Cowdenbeath, ottenendo ben 12,6 punti in più rispetto al forte decremento nazionale (-6,2), tuttavia la netta vittoria della controparte politica porta al Governo un altro importante leader degli ultimi anni, David Cameron. Questi fa crescere i blu di 9,4 punti a Witney, contro il +3,7 nell’intero Regno Unito.

Con l’avvento della stagione quasi imprevista della Brexit dopo il referendum del 2016 e l’uscita di scena dei Lib Dems (neanche l’8% nel 2017, pari a proprio 8 seggi), la scena politica risulta dominata da due leader forti: per i Conservatives la decisa premier Theresa May - vista da molti come una nuova Thatcher - e per i progressisti l’energico Jeremy Corbyn. La rassicurazione su una via di uscita definitiva dell’Unione Europea della premier fanno crescere il partito di 5,5 punti rispetto al 2015 (anno in cui Cameron aveva vinto facilmente la leadership più debole di Ed Miliband), ma May fa perdere un punto al proprio schieramento nell’uninominale in cui è candidata, il collegio blindato di Maidenhead.

La “non vittoria” del Labour ha tuttavia un forte impatto nella cronaca britannica e internazionale: quasi +10 punti rispetto a soli due anni prima, e +12,7 nel collegio del leader, la rossa Islington North alla periferia settentrionale di Londra. L’accesa sfida nei collegi britannici ci fa pensare che la presenza di una figura forte dello schieramento sia rilevante. I dati lo dimostrano, ma certamente i fattori da considerare sono molti.

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Un terzo Stato europeo che possiamo studiare è la Germania. In questo caso, la legge elettorale prevede un sistema misto, quello a cui l’Italia ha guardato negli ultimi mesi per la riforma recentemente approvata e promulgata. Bisogna ricordare una riforma dei confini dei collegi, applicata per la prima volta nel 2013.

L’attuale cancelliera tedesca, Angela Merkel, detiene comunque il proprio seggio nello stesso territorio dal 1990, e ad oggi è a capo del governo da più di 12 anni. La sua presenza da quasi trenta anni nel distretto elettorale di Vorpommern ha portato addirittura a un vantaggio di 37 punti percentuali sulla sfidante della Linke (sinistra) nel 2013. Tuttavia, alle ultime elezioni di pochi mesi fa, Merkel ha ottenuto -12,2 nel proprio collegio, peggiorando il risultato federale della CDU, che ha invece perso 8,6 punti.

Analogo discorso per lo sfidante dello scorso anno, il socialista Martin Schulz, eletto nel listino proporzionale in un territorio in cui la SPD ha ottenuto ancor meno che riguardo all’intera Germania. 

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Ebbene, l’analisi effettuata ci fa comprendere come innanzitutto sia importante il sistema elettorale: quello del Regno Unito, in cui la sconfitta nel collegio significa l’esclusione dal Parlamento, determina un vero e proprio scontro, basato soprattutto su idee nettamente diverse e modalità di campagna elettorale lontane da quelle a cui siamo abituati. Si insiste, infatti, con l’attività di volantinaggio porta a porta, perché un voto in più o in meno fa davvero la differenza.

È però certamente fondamentale la personalità del candidato: le doti di un leader e dei suoi seguaci contribuiscono indubbiamente a un risultato di entità differente rispetto a quello degli altri candidati meno conosciuti o con meno risorse. 

Per quanto riguarda il fatidico 4 marzo di quest’anno, mancano sempre meno giorni. Cosa aspettarsi, dunque? 

I maggiori leader sono candidati in collegi uninominali - ma anche, a onor del vero, in uno o più listini bloccati - spesso blindati, ma anche incerti. Basti pensare a Matteo Renzi che corre per il Senato a Firenze, o Pietro Grasso a Palermo e Laura Boldrini a Milano, o ancora Emma Bonino a Roma, come anche Paolo Gentiloni. Matteo Salvini ha preferito direttamente i listini proporzionali, lasciando i collegi uninominali a candidati locali. Quanto peserà la loro presenza?

Sicuramente avrà un impatto, ma forse più simbolico che fattuale. Spesso, infatti, sono le dinamiche locali pregresse a governare le elezioni. Ma tutto è ancora da vedere.

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CAMERA DEI DEPUTATI

Le nostre proiezioni per i 232 collegi uninominali della Camera. Guarda i collegi sulla mappa interattiva.

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SENATO DELLA REPUBBLICA

Nella mappa interattiva le proiezioni nei 116 collegi uninominali per il Senato.

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GLI SCHIERAMENTI

L'andamento dei 4 schieramenti principali attraverso tutti i sondaggi pubblicati nell'ultimo anno.

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